…ma quanto tempo è passato?

…cinque anni! Quasi incredibile… e allora rinverdiamolo un po’, questo blog.

Sul far dell’autunno, dopo “un’estate che non era estate, ma la prova di un lunghissimo autunno” (come cantava secoli fa Bennato), riapriamo questa pagina.

In cinque anni che cosa è cambiato?

Molto! Continuo ad amare il mio karate, e sono sempre più innamorato dello Shotokan (quello fatto bene, però). E continuo a praticare le robe interne cinesi (conscio della mia piccolezza, e sempre più di sempre) e continuo a scrivere di cose storico-religiose. Qualcosa me l’hanno anche pubblicato, qua e là, su riviste di studiosoni ai quali neppure sarei degno di allacciare i sandali ai piedi…

…e intanto mi sono anche tecnologicamente aggiornato. Nel 2009 iniziavo a giocare con Ubuntu (la prima versione era stata la 9.04…), che ho poi installato e usato regolarmente sul mio PC. Dopo varie vicissitudini, sono passato a un iMac del 2013 con un hardware fighissimo… e naturalmente ci ho installato Ubuntu e Windows 8.1. Odi et amo la fighetteria mac, che pure, a livello di hardware, funziona da favola….

…ho anche lasciato il fedele Erickson “apri-e-chiudi”, che nel 2004 mi aveva seguito fin in Giappone e che aveva una batteria da una settimana… e oggi, dopo un paio di smartphone scelti male o per forza, sono un contentissimo fruitore di un Nokia Lumia 925, fighissimo in tutti i suoi aspetti, con batteria quasi eterna (tre giorni senza carica! nel 2009 avrebbe fatto ridere, ma .

oggi…) e penso che non mi allontanerò mai da questo telefono, o da qualche suo fratello maggiore, se mai…

…ah sì, in cinque anni sono anche cambiate altre cose – mi è nato un secondo figlio, e ho portato il primo, ormai “grandicello”, a lezione di karate. E siccome lui, bimbo di cinque anni, un po’ aveva timore di lanciarsi tra quei “grandi” (di 7-9 anni) che con grandi urla calciavano e pugnavano… insomma, “sono entrato” (chi conosce il gergo capisce) con lui. E ho vissuto, per qualche mese, l’amarcord del karate dei miei tempi, quello che amavo.

Più di tutto, in questi cinque anni, mi sono venute a noia le mode, soprattutto quelle pseudo-intellettuali di gradi conoscitori dalle grandi pose. Quelli che sbandierano l’ateismo con piglio da evangelizzatori; e quelli che vantano una storia millenaria della loro arte marziale, nata nel 1970; e quelli che si dicono fedeli a un qualsiasi credo (politico, religioso o che altro) e poi di nascosto ti turlupinano tale e quale gli infedeli… e quelli che pensano di aver capito tutto, e si abbandonano a un facile sarcasmo… che stanchezza! 

A quarant’anni, convinto che sia ancora possibile qualcosa “di più” o di meglio, continuo a cercare e a sperare. Ho lasciato l’iphone dei fighetti, e l’android di “c’ho più apps e mod di quante tu ne possa sognare”. E mi tengo il mio Nokia, personalizzabile, mio, ma anche contro ogni tendenza. Semplice e diretto, ma bello proprio in questo. E, semplicemente, senza pretese.

Mi si passi il paragone commerciale… ma dopo essere stato criticato perché “non hai l’aifon” o perché “i coreani lo fanno meglio”… mi sono un po’ stufato. Come di chi scrive che “il mio taiccì è l’unico vero” o “il mio carate è l’unico vero” o “solo noi facciamo aichido, abbasso l’aichi-dèns”. Cheppalle. Di fronte a tutti i pretenziosi, figosi, “io ce l’ho più-lungo”si, a quarant’anni suonati rimango col mio Nokia: solido, stabile, senza pretese – bellissimo. Amo quel che faccio, e mi diverto facendolo. Con personalità. 

Era ora di togliere un po’ di polvere, da questo blog.

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Le arti cinesi: un incontro (2a parte)

La forma che Michael insegnava era un ibrido degli stili Yang e Wu (di Wu Jianquan), in cui però lo Yang era predominante e il Wu compariva solo qua e là. Era una forma lunga, divisa in tre sezioni, proprio secondo lo schema del Taolu più praticato al mondo…

Ne imparai la sequenza in poco più di due settimane, lasciando tutti a bocca aperta. Non che fosse un’impresa eccezionale: la forma di Yang Chengfu è molto ripetitiva, e basta indovinare la sequenze ripetute e la logica secondo la quale sono ripetute, per ricordare anche i movimenti che vi compaiono solo una volta. In più all’epoca avevo tanto tempo tutto per me, e non c’era ragazzina irlandese che potesse competere con l’emozione di apprendere un’arte marziale da un cinese – ero davvero tanto ingenuo, forse più dei miei diciannove anni. E poi erano anni che studiavo i kata… e questo, per me, era solo un kata molto lungo. Naturalmente del taijiquan imparavo solo la scorza esterna… ma ero giovane e non sapevo nulla.

Alla scuola di Michael iniziarono a girare voci strane: chi mi aveva visto praticare per ore a Merrion Square – meraviglioso, la mattina quell’oasi di verde era deserta – chi mi aveva visto la sera, mentre scavalcavo il recinto di St. Stephen’s Green (l’avevo fatto solo per cinque giorni: praticare la forma al crepuscolo, au bord de l’eau… finché l’ultima sera non m’avevano fermato i Gardaì: era da un po’ che mi tenevano d’occhio…). La maggior parte del tempo, però, praticavo nelle viuzze di Palmerstown, o sul common green… ovunque trovassi posto. E a volte mi bloccavo, al supermercato o da Bewley’s o in mezzo alla strada, rapito da un’intuizione su di un dettaglio della forma…

Imparata la forma, iniziai a studiare il tuishou – più lentamente: sono sempre stato imbranato negli esercizi a coppia – e le primissime applicazioni. Negli esercizi di spinta, Michael era fortissimo: gli bastava poco per spostarmi, sbilanciarmi, proiettarmi, ed io non sapevo come resistergli. Le mie radici non erano abbastanza salde, mi diceva, né abbastanza profonde – e mi consigliava di praticare ancora e ancora la forma. Seguivo i suoi consigli alla lettera, ed i miei movimenti diventavano più fluidi, più morbidi, meno bruschi… ma non sviluppavo davvero radici, né potenza. Non la potenza di Michael: una sera, mi era stato detto, con un leggero movimento di un istante, il maestro aveva spezzato la mano di Chris, un allievo anziano, mentre si esercitavano nel tuishou. Io… ci sarei mai riuscito? Ci voleva tempo, ripeteva Michael… ma io avevo diciannove anni, avevo fretta, e volevo bruciare le tappe.

Non so cosa l’abbia convinto, se il mio entusiasmo, o la mia dedizione, o l’idea che sarei rimasto poco in Irlanda, e poco avrei potuto imparare in ogni caso.

Una sera, a metà della lezione, Michael chiese ad un’allieva che lo seguiva da tempo, una ballerina, di continuare la lezione per lui, e chiese ad un gruppo di allievi anziani se potevano aiutarlo fuori – a scaricare la macchina, credo. Era già successo, e ogni volta, mentre li avevo visti uscire, avevo pensato che riguardasse il lavoro di Michael, e non ci avevo più pensato. Quella sera, Michael incluse anche me nel gruppo di persone reclutate “per aiutarlo”. Curioso, chissà che vuole, mi dissi. E mi scocciava, perché avevo pagato due sterline per due ore di lezione, e avrei perso un bel po’ (a volte gli altri stavano fuori anche un’ora) per… svuotare il baule della macchina del maestro? Michael, però, era il maestro, e io avevo diciannove anni, così mi infilai la felpa e seguii gli altri. Uscimmo sul retro della classe in cui si praticava, sul lato più buio del parcheggio interno. Eravamo Chris, Sean, Gerry… ed io, che chiedevo che cosa ci fosse da fare… e gli altri si scambiavano battute e mi prendevano in giro. Michael se ne stava in silenzio, tranquillo. Ci sistemammo nel cerchio di luce descritto dall’unico lampione, in una sera fredda, leggermente ventosa, alla fine del settembre 1993. E lì Michael mi disse che, se volevo imparare, se volevo davvero diventare forte, non dovevo mostrare a nessuno gli esercizi che mi avrebbe insegnato. Dovevo promettere che mi sarei allenato di nascosto, dove nessun altro avrebbe potuto vedermi, e che non avrei insegnato quegli esercizi a nessuno. Sembrava di essere in un film di serie B: gli altri mi guardavano e non sorridevano più. Mi guardavano e basta, e aspettavano. E io… pensavo ad uno scherzo, perché sì, insomma, una scena così me l’ero sognata, ad occhi chiusi e ad occhi aperti, ma… beh viverla la faceva sembrare falsa, stucchevole, una messinscena di pessimo gusto. Ma Michael mi guardava, Chris e Sean e Gerry mi guardavano, e pensai che, se era uno scherzo, avrei visto dove andavano a parare e sarei stato al gioco – così dissi: “OK, I promise”. Il maestro mi guardò un po’, con la testa girata di lato, come un gatto… e poi sorrise. E gli altri sorrisero.

Gli esercizi che Michael mi mostrò quella sera erano diversi da quanto avessi mai praticato. Si basavano sulla respirazione e su di una serie di movimenti codificati, forti e concentrati… un po’ come il kata Hangetsu (che amavo poco, a dir la verità), ma più fluidi e veloci. La sensazione era quella di strizzare i tessuti molli del braccio verso le ossa, di schiacciarli finché non fossero fusi con le ossa – e quando li si rilasciava, le braccia iniziavano a vibrare, calde e piene di una sensazione di forza e vigore… Il tutto mentre le gambe erano ferme in una posizione simile al kiba dachi, ma più bassa e fortemente contratta, con i piedi che spremevano il terreno verso l’interno (una posizione, lo avrei scoperto anni dopo, che coincide con il modo in cui Funakoshi Gichin insegnava e praticava il kiba dachi – mentre oggi, mistero JKA, la stessa posizione richiede che la forza sia spinta leggermente all’esterno).

Imparata la sequenza degli esercizi, mi gettai anche lì nella pratica. I risultati si videro subito: nel karate, il mio gedan barai non era mai stato forte (ho le braccia troppo sottili); dopo due mesi degli esercizi di Michael, bastava sfiorare la gamba del mio avversario per spostare il calcio dalla sua traiettoria; il mio ude uke lasciava il segno sul braccio del mio avversario, e una botta appena accennata sull’avambraccio di un “amico” gli aveva lasciato un lividone viola… In più mi sentivo euforico, sicuro di me… forte, come solo un ragazzotto di diciannove anni ama sentirsi. Michael sorrideva e mi lasciava fare.

Tornai in Italia, tornai alla mia campagna, e continuai religiosamente con gli esercizi… fino a gennaio. A quel punto mi accorsi che qualcosa non andava: ero, sì, più forte, ma anche più incazzoso. E la mia schiena, le mie ginocchia risentivano degli esercizi forzati, della posizione contratta… così smisi. Di colpo, un giorno, semplicemente, non mi alzai prima per allenarmi. A poco a poco la contrattura scomparve – ma ci vollero mesi di stretching, shavasana… e quell’inverno, insieme all’università, iniziai la pratica dell’aikido con il maestro Fujimoto, e l’aiki taiso pian piano mi aiutò a sciogliere le tensioni…

Non ho più praticato gli esercizi insegnatimi da Michael, e oggi la mia miserrima forza ne è una prova. Oggi so che non era materiale appartenente al taijiquan, e che Michael insegnava taijiquan solo perché “vendeva”. Lui stesso, ci disse una sera, lo praticava solo per ammorbidire il corpo ed ovviare, così, agli “effetti collaterali” di qualsiasi stile esercitasse nel resto del tempo. Posso solo immaginare che gli esercizi venissero da un qualche stile esterno del Sud della Cina…

Rividi Michael nel 2001, quando, tornato in Irlanda per un matrimonio, colsi l’occasione per presentargli la mia signora. Chris e gli altri, nel frattempo, erano passati a studiare il “vero” taijiquan Yang nell’associazione di John Ding. Michael partecipava anch’egli alle lezioni, ma ne era un poco annoiato. L’anno scorso, quando sono ritornato a Dublino, Chris mi ha detto che Michael si era staccato da John Ding, non insegnava più taijiquan, ed era scomparso dalla circolazione. Come il suo stile misterioso, anche lui era sparito nell’ombra.

Ed oggi che anche il mio criceto potrebbe sconfiggermi in combattimento, ripensando all’effetto portentoso di quegli esercizi, sento la mancanza dell’avventura, del mistero, dell’energia esuberante… ma non mi rammarico di non averli più praticati: gli effetti collaterali erano davvero ingestibili. Ed anche se quelle pratiche mi avevano offerto la forza, è oggi nella debolezza, nella fragilità, che la mia pratica trova il suo senso più profondo.

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Le arti cinesi: un incontro (1a parte)

Nel 1993, dopo anni di intensi allenamenti, mi ritrovai improvvisamente per una selva oscura, ché la salute era smarrita: problemi alle ginocchia, problemi alla schiena, problemi a respirare, problemi… non ancora ventenne, mi sentivo confinato nel corpo di un vecchio. Rinunciai, così, alla pratica del karate Shotokan “da palestra” – ma la notte ne sognavo ancora i kata e, quando gli acciacchi lo permettevano, mi imboscavo nei campi, straordinariamente solo, per scandalizzare i contadini della profonda Brianza “cun’t’i me’ versari”. E ricordo ancora il mio vicino di casa che, alle sette del mattino, in canotta e mutandoni, fumandosi le sue tremende Nazionali, mi guardava dal balcone mentre esibivo i miei non troppo perfetti Tekki – i miei Tokui Kata. E io me ne fregavo, e lui si accendeva una sigaretta dopo l’altra, e mi guardava e mi guardava, mentre mi muovevo lento e con cautela… avevo stabilito di ripetere ogni kata 33 volte, e di chiudere la sessione con un centesimo kata – Taikyoku Shodan, of course, il “primo gradino della polarità suprema”. Ero poetico, allora, e il Maestro dei Maestri, Funakoshi Gichin, aveva scritto che i Taikyoku, da lui creati, racchiudono l’essenza dei kata, e dovrebbero essere i primi e gli ultimi studiati. I tre Tekki, invece, erano, sempre nelle parole di Funakoshi, “la specialità di Itosu”. Praticando solo quei kata, sentivo di rendere omaggio a due Maestri che rispettavo ed onoravo, e mi piaceva pensare di vederli annuire, severi e austeri, mentre mi osservavano ripetere e sudare, ripetere e sudare. Mi si perdoni: in fondo avevo solo diciannove anni.

Quell’estate, finita la maturità, rimasi a casa: avevo trovato un lavoro estivo – supplente bibliotecario, un sogno, per me – e, complice l’inizio tardivo dell’anno accademico, avevo deciso che avrei trascorso i mesi di settembre e ottobre nella mia seconda “città dell’anima”: Dublino. C’ero già stato, in Irlanda, tre mesi ogni anno, ospite di “parenti” (di quei parenti che hai sempre chiamato “zii”, ma con cui non hai legami di sangue), da quando avevo 6-7 anni, o giù di lì. E in Irlanda avevo praticato altre arti marziali, kickboxing e un po’ di pugilato, full contact e low kick, ma anche wado ryu tradizionale e matsubayashi ryu…

Quell’anno, causa salute, niente arti dure. Eppure non potevo stare fermo – anzi, la sera stessa del mio arrivo mi ritrovai, insegnante involontario, a guidare una sessione di kata per gli amici del Karate Gendi – poverini, loro facevano kick e studiavano i kata del wado come fossero danze rituali, da conoscere durante gli esami di cintura… e io a spiegare tai-sabaki, bunkai, ma-ai… Risultato? L’istruttore di cui mi ero improvvisato sostituto arrivò a metà della mia lezione e, con un cortese inchino, mi sostituì e lanciò il gruppo in un’intensa e, per loro, gratificante mezzora di combinazioni da gara…

Un paio di giorni più tardi, però, un allievo del gruppo cui avevo insegnato bussò alla porta dei famosi zii, chiedendo di me. Lo conoscevo di vista, Sean T. Aylward, e sapevo che, a quasi quarant’anni, era considerato troppo vecchio per le gare di full e low – ma lo avevo visto praticare più intensamente di tanti diciottenni, e combatteva con una grinta strepitosa. Davanti ad una pinta di quella buona – Guinness per lui, Smithwicks per me – Sean mi chiese se potevo aiutarlo ad approfondire tre kata, che aveva appena iniziato a studiare e che, per la “stranezza” delle posizioni, lo affascinavano molto. “Quali kata?”, chiesi io. “I tre Naihanchi”, rispose lui, “che nel tuo Shotokan credo si chiamino…”.

Tutti i sabati, Sean portava i figli in piscina – ed il primo sabato di settembre del 1993, iniziai ad insegnargli il bunkai di Tekki Shodan nel parcheggio dietro la piscina. Sean aveva anche lui i suoi acciacchi, faticava a praticare i movimenti bruschi del karate. Così procedevamo insieme, piano piano, e gli mostravo la spirale che attraversa le gambe in kiba dachi e, facendo vibrare la schiena, dà forza ai movimenti delle mani; la leggerezza con cui vanno portati i colpi schiantati al suolo; le applicazioni di kansetsu waza… Dopo la prima “lezione”, tra una tazza di caffé e due chiacchiere, parlando del più e del meno, venne fuori la storia dei miei acciacchi… e Sean mi rivelò che, per motivi di salute, aveva iniziato a studiare con un maestro cinese in un quartiere vicino a Dun Laoghaire… “E che studi?. “Studio Tai Chi”. Ne avevo sentito parlare, avevo letto un libro, avevo visto una dimostrazione – e non mi entusiasmava. Sean però me ne parlava bene in termini di pratica per la salute (“fa miracoli”, mi disse) e le sue parole mi incuriosirono.

Così, il lunedì successivo, mi recai con Sean alla scuola di Tai Chi di Michael Lau. Le lezioni si svolgevano nella stessa “aula scolastica trasformata in palestra” dove il mercoledì e il venerdì studiavo Matsubayashi. E come per il karate, ogni lunedì gli studenti che arrivavano per primi avevano il compito di sistemare banchi e sedie lungo le pareti, così da creare lo spazio per la pratica. Michael Lau era un cinese di Hong Kong piccolo e dalla carnagione scura, asciutto e muscoloso e tenace. Non sono mai riuscito a capire quale fosse il suo mestiere: alcuni studenti dicevano che possedeva un ristorante cinese, di cui era anche cameriere – no, cuoco – no, buttafuori: e una volta, infatti, andammo a mangiare in questo “suo” ristorante cinese; altri studenti credevano che fosse proprietario di un’import di thé, erbe medicinali e prodotti alimentari cinesi – e infatti mi regalò alcune erbe da usare per impacchi sulle ginocchia doloranti; i tre allievi che lo seguivano da più tempo, dopo un paio di Guinness, sussurrarono di una sua implicazione nelle attività delle Tong, e raccontarono di come, in vista del Luglio 1997, Michael stesse “aiutando” un gran numero di “cugini” a trasferirsi in Irlanda e nel Regno Unito. Che cosa, di tutto ciò, fosse vero, non l’ho mai capito.

Una sola cosa, di Michael, era sicura: il cinesino sapeva picchiare, e sapeva fare molto ma molto male. Quando lo incontrai la prima volta, indossava un paio di pantaloni di tela blu ed una camicia chiara, a righe, credo, con le maniche rimboccate al gomito a mostrare avambracci che sembravano corde, e che già da fermi esprimevano potenza. Michael amava le tecniche a distanza ravvicinata (e infatti per me, con le mie leve lunghe e gli anni di Shotokan, averlo davanti era un incubo) e fu la prima persona che dal vivo mi seppe mostrare le famose tecniche a distanza zero. Dove, però, Bruce Lee aveva mostrato il “one-inch-punch”, Michael usava il “zero-inch-palm” e prediligeva il “zero-inch-shoulder”; e laddove i colpi del Piccolo Drago facevano volare lontano gli avversari, i colpi di Michael ti lasciavano dov’eri – e ti lasciavano dolorante, di un dolore che sembrava esploderti dall’interno e toglierti il fiato. Usava pochi pugni, ed insegnava solo movimenti a mano aperta, con il palmo piatto o con le dita ad artiglio. I suoi calci non si alzavano mai oltre l’inguine, e di solito miravano, con una precisione millimetrica, il collo del piede, le caviglie, l’interno delle gambe, le ginocchia, le gonadi. Se prima “non avevo creduto”, vederlo muoversi m iconvertì immediatamente. Naturalmente mi iscrissi subito alla sua scuola, per imparare il Tai Chi. Oggi, tuttavia, con più esperienza e meno fede, capisco che, del Tai Chi, Michael conosceva, praticava ed insegnava solo la scorza esterna…

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Franco Regalzi docet

Ho incontrato il wing chun nel 1992, quando ancora credevo che il karate fosse l’arte marziale per eccellenza, e che non ve ne fossero di più grandi. Quell’anno avevo convinto un mio zio milanese ad accompagnarmi alla Pasqua del Budo, che credo si tenesse per la prima volta ad Assago – il luogo più lontano da ogni forma di trasporto pubblico che l’umanità avesse ideato – ergo necessitavo un passaggio. Guarda caso, lo zio Giorgio era stato karateka nella prima scuola aperta da Shirai, penso alla fine degli anni 60 o giù di lì, ed era stato compagno di allenamenti di Tamaccaro, Falsoni e compagnia. E quindi accettò volentieri di accompagnarmi.

Serata insolita, quella. Da bravo adolescente, mi entusiasmai per ogni singolo spettacolo (l’aikido della Ki no Kenkyukai fu fenomenale, silenzioso ed aggraziato ed elegante come una danza, ma letale e preciso; e riuscii persino ad immaginare qualcosa di segreto et mysterioso in un Pham Xuan Tong che NON ruppe al volo l’anguria… ma avevo 17 anni, mi si compatisca). Era la Pasqua del Budo, e per noi ragazzini che studiavamo arti marziali, all’epoca, era lo spettacolo più atteso dell’anno.

E poi, quasi in un a-parte, Nino Bernardo. Che mostrò il wing chun. Di cui, of course, non ricordo nulla. Se non un trucco con una moneta. Lui appoggiava una moneta in punta di dita e chiedeva poi a non ricordo chi di cercare di afferrarla. E l’altro, poverello, ci provava, e si scopriva incollato alla mano del maestro che lo faceva girare come una trottola, e se lo portava a spasso. E mentre guardavo, a me adolescente tornavano alla mente le leggende su Yang Lu Chan, che impediva ad un passero posato sulla sua mano di levarsi in volo.

Poco dopo quella manifestazione spesi una fortuna alla Libreria dello Sport per un librone mezzo e male tradotto dal tedesco, in cui un cinese hollywoodiano e un tedescone peloso, pettoruto e panzuto presentavano alcune tecniche di Wing Tsun (e lì il mio spirito di filologo si infranse sulla diversa traslitterazione – ma ancora ero ignaro delle finezze della politica). Da lì fu un continuo interessarmi, osservare, sperimentare forme imparate di straforo da amici e conoscenti…

Poi l’anno scorso un mio studente se ne torna dall’America mesmerizzato dal Taijiquan di Yang Jwing Ming, e mi confessa una confidenza avuta dal suo maestro: che se si fosse applicato, in poco meno di due anni, vista la sua giovane età e la sua grande serietà, avrebbe acquisito la padronanza del Cì. Panico. In meno di tre mesi, dietro mio consiglio, il ragazzo si iscriveva ad una scuola di Wing Chun in via Novara, a Milano, “lignaggio” (Va così di moda, oggi…) Wong Shun Leung, secondo Bernardo e Regalzi.

Così, quando detto alunno, poco più di un mese fa, mi ha annunciato uno stage di Regalzi a Milano “aperto a tutti”, non ho saputo resistere. Non avevo mai davvero studiato il Wing Chun, non lo avevo mai davvero praticato… e chissà che non ne avrei tratto qualcosa di buono. Così mi sono iscritto e sono andato. E che giornata! Quattro ore di pratica quasi ininterrotta in una palestra mignon, con un gruppo ristrettissimo di persone e il Maestro che ci seguiva personalmente., quasi individualmente, come negli stage di karate da 200 persone non mi era mai successo.

Nello stage non si è praticata alcuna forma, ma ci si è concentrati solo sugli esercizi a coppia. Meglio così, credo, perché le forme del Wing Chun non le conosco (bene) e praticarle in uno stage sarebbe forse stato tempo perso. Così, invece…

Si è iniziato con il Lat Sao, a mo’ di riscaldamento. Una volta acquisito il meccanismo, ed una volta scordato quel viziaccio dello yiquan di avanzare con entrambe le mani insieme, ho iniziato  a notare le analogie tra l’arte cinese ed il mio amato karate: mi sembrava di applicare uno dei passaggi centrali dei tre naihanchi, con un bong sau che blocca/protegge di fronte al petto, seguito da una presa e da un pugno verticale. E nel corso dell’esercizio tante botte sull’avambraccio, come non mi succedeva dai tempi del karate: forse davvero il karate di Okinawa viene dal wushu del Sud della Cina!

A seguire le tecniche singole: pugni col torchio da “fermo”, prima, poi pugni a catena mentre ci si sposta in avanti e all’indietro. Qui lo spostamento (non i pugni) aveva il sapore dello xingyi, con il peso sulla gamba dietro, la spinta proveniente dalla gamba opposta alla direzione del movimento… La pratica, inutile dirlo, mi ha lasciato senza fiato e disidratato.

Fino a questo punto, nessuna grossa spiegazione teorica. Di tanto in tanto, il Maestro fermava gli esercizi e dava qualche suggerimento, inseriva una qualche variazione e via si ripartiva. Come principiante ero stato messo in coppia con un allievo anziano, che si è rivelato rilassato e paziente. Ne sono lieto: non solo perché ho avuto modo di imparare al mio ritmo, lavorando con chi era più esperto e dunque in grado di adattare alla mia incapacità l’esercizio; ma anche perché nel karate questo non sarebbe successe, e fa sempre MOLTO bene scoprire che il mondo è altro da come lo si pensa.

Terzo momento il chi sao – e qui iniziano le spiegazioni teoriche. Il Maestro ci spiega che il chi sao è un esercizio per migliorare la sensibilità, non è combattimento; e che chi volesse davvero imparare a combattere, farebbe meglio ad andare in un bar di periferia e cercare la rissa; e se fosse poi tanto stupido da farlo e tanto fortunato da sopravvivere, avrebbe la certezza di avere imparato a combattere – fino alla rissa successiva, in cui ogni certezza sarebbe messa in discussione. Combattimento e arte marziale, insomma, sono vicini ma non sono la stessa cosa. E i lchi sao è un esercizio in cui si impara, ma non si compete. Mi è piaciuta anche l’enfasi sullo sviluppo della sensibilità tattile, legato al chi sao, che il Maestro non ha alcun problema a dimostrare con i presenti – e, udite udite, invita chi dimostra con lui ad attaccarlo liberamente nel chi sao, e si difende senza problemi (questo a Shirai non glielo ho mai visto fare, e ai tempi ci avevo preso pure “la nera”).

Quando si tratta di svolgere l’esercizio, però, le cose non sono così rosee: nonostante le parole di Franco, molti  degli studenti (quasi tutti) praticano un esercizio in cui conta più la meccanicità dei movimenti che la sensibilità tattile – e io mi sento come un pesce fuor d’acqua, perché il meccanismo non l’ho mai acquisito. Il “chi sao libero” degenera poi in una sorta di combattimento libero, in cui, a onor del vero, riesco a difendermi: non perché io sia più forte, ma perché, per qualche strana e fortunata alchimia, ad ogni incontro, non appena “incrociamo le braccia”, le mie dita si trovano, sempre ed immancabilmente, appoggiate alla gola del mio avversario – ma dopo prendo anche calci e pugni e colpi di taglio al petto e alla gola… vabbeh, mi consolo pensando che è almeno dal 1999 che non pratico vero “combattimento libero”. Magra consolazione.

Più deludenti le tecniche di difesa contro altre arti marziali: applicazioni contro tecniche di karate identiche a quelle che avrei eseguito “naturalmente” da karateka…

All in all… una bella esperienza, con un Maestro serio e preparato e molto “terra terra”, come piace a me. Nessuno svolazzo, nessuna altisonante pretesa, solo tanta tecnica e buon senso. E molti concetti affascinanti che, spero, a poco a poco estrapolerò. Da questo stage ho soprattutto capito che il Wing Chun non è la mia arte – è troppo chiuso, troppo stretto, e mi dà una sensazione di soffocamento – ma è un’arte meravigliosa e ricca, e fluida e morbida. E nel Maestro Regalzi ho trovato una persona che incarna proprio queste qualità.

All in all, un’ottima giornata.

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Tolle et lege!

Racconta Aurelio Agostino di come, già retore affermato e maestro di retorica alla corte imperiale di Milano, in un momento di indecisione si fosse seduto nel cortile della propria casa, tormentato ed incerto sul da farsi; e di come all’improvviso avesse udito una voce dal nulla, forse dal giardino dei vicini, forse da un gioco di bimbi che però egli ignorava. Quella voce ripeteva: “Tolle et lege! Tolle et lege! Prendi e leggi!”. Così Aurelio allungò la mano… e trovò la risposta.

Oggi, un poco angustiato da recenti accadimenti che m’hanno lasciato divertito e basito dalla vuota stoltezza umana (la mia, prima di tutto), ed un pochino amareggiato, ci ho provato anch’io. Il risultato?

Ho aperto il primo libro che avessi sotto mano – guarda caso l’yijing, il libro dei mutamenti, con i miei appunti sul neijia ed il bagua.

Questa volta, però, non ho lanciato le tre monetine, né sono andato a recuperare gli shanghai (gli steli di millefoglie dovre potrei trovarli?). Ho solo aperto il libro a caso ed ho letto i primi versi che mi sono capitati sotto gli occhi:


Nel lago non vi è acqua:
l’immagine dell’esaurimento.
Così il nobile mette in palio la sua vita
Per seguire la propria volontà

‘mmazza, mi sono detto. Inizia bene. Così sono tornato indietro di una pagina, e l’esagramma, guarda caso, era il numero 47, “L’assillo (L’esaurimento)”.

Alla faccia delle sortes apostolorum. La faccenda che mi aveva irritato, una banale discussione (virtuale) trasformata dal mio interlocutore in un dramma tragicomico da carnevale (sempre virtuale), mi aveva lasciato sfiduciato e pensieroso: non era la prima volta che succedeva, ed iniziavo a temere che, al di sotto della mia buona fede, ci fosse una certa tendenza allo scontro, una certa esigenza di vittoria. Non sempre, sia chiaro, a volte accetto volentieri la sconfitta, e dai bocconi più amari ho imparato più che da quelli dolci e zuccherati. E la base di tutte le arti dolci, il zhan zhuang, è l’esercizio che più di tutti costringe a “mangiare amaro”…

…e mi sono poi ricordato di una serata meravigliosa, poco meno di un anno fa: la visita di un amico dalla capitale, iniziata fin dalla stazione chiacchierando, come se ci si vedesse da sempre, e finita chiacchierando e sorseggiando birra belga a tarda notte. E testando le nostre capacità, un tuishou da cui sono uscito disintegrato… e felicissimo, come solo certi scambi, certi doni improvvisi e da tempo sognati possono renderti. Ad un certo punto, però, mentre ero impegnato nel sentire e nel dissolvere (nei gong) il solito dolore alla schiena, l’amico mormora: “Che cosa fai? Vieni avanti?”. Non me n’ero accorto, ma avevo assunto una posizione leggermente più aggressiva….

…e ricordo il lavoro, le lezioni con le classi più difficili, che mi sono sempre assegnate al pomeriggio – e devi cercare di insegnare Dante a quindicenni anni con la testa ancora alla partitella dell’intervallo appena finito. E quando i ragazzi diventano troppo difficili, tendo ad attaccare, non direttamente, sia chiaro, ma assegnando esercizi “bastardi”, compiti difficili, interrogazioni a trabocchetto, in cui poi demolisco l’interrogato con la mia ovvia superiorità.

…ed alla fine di questi episodi mi trovo improvvisamente spossato, nel fisico e nella mente, e con poco amore per me stesso…

…e sono tornato a pensare allo screzio di ieri, e mi sono reso conto che è successa la stessa cosa. Di fronte alla cecità del mio interlocutore, di fronte alla sua aggressività stizzita, avrei potuto indietreggiare, assorbire e dissolvere… invece ho usato tutte le mie abilità per “schiacciarlo”, per “sconfiggerlo”. E, così facendo, sono stato sconfitto io. Ed ho messo in imbarazzo un Amico, che per me aveva garantito… e a cui sono andate e vanno e andranno le mie scuse per tutta la faccenda.

…e allora mi accorgo che proprio qui sta l’essenza di ciò che chiamiamo “arte”, nelle “arti marziali”. Non è questione di salire sul ring, o sul tatami, e vincere, schiacciare, proiettare, colpire, mettere in leva, ma di trasformare ciò che si è, lavorare sulle proprie debolezze. Lo so, lo si ripete troppo spesso, e suona trito e pure un po’ banale. L?avevo sentito anch’io tanto spesso che pensavo di sapere che cosa significasse… e non lo capivo davvero.

Nel cristianesimo medievale si parla di felix culpa, a significare che l’errore dei progenitori è “felice”, “fortunato”, perché prepara il terreno per la venuta di Dio nel mondo. Di certo non ho “peccato” a tal punto… ma, come scrive l’autore del Corano, e come conferma Hegel, il momento di tenebra e morte è necessario per la nascita che seguirà. Gli alchimisti parlano di nigredo, lo stato di morte della materia e di morte psicologica dell’alchimista (la melancholia di Duerer), cui segue l’albedo, la nuova alba, il biancore luminoso che annuncia la nascita della Pietra. E non mi sembra ora un caso che il vestito da lutto, in Oriente, sia il bianco… perché alla tenebra della morte, per loro, segue la rinascita luminosa. E l’esagramma 47 dell’yijing mostra una linea oscura (yin) che ne cela due chiare (yang). Ma non bisogna lasciarsi dominare dall’oscurità, scrive il commentatore. Bisogna, invece, pulire lo specchio (ricordate Amaterasu no Mikami? ricordate il kata shotokan “meikyo”?) e lasciare che brilli – “togliere la polvere”, credo che dicesse O-sensei Ueshiba Morihei.

Così, nell’abbassare la guardia, nel perdere me stesso in un incontro apparentemente vinto, posso trovare una nuova indicazione di che cosa esercitare, di che cosa allenare. Era un tuishou, ma mi sono mosso con una sensibilità volta unicamente al centro dell’altro. E così ho perso il contatto col mio centro, e sono caduto. Ma posso imparare. Anche questo è tuishou, e forse è un tuishou più importante di quel che si pratica in palestra.

Anzi, a ben pensare, la frase sentita da Agostino ha un’importanza cruciale. Invita, infatti, a raccogliere la prima cosa che si ha sottomano, per trarne guida. Senza andare in Cina a scomodare Yang Luchan, Laozi o Confucio; senza andare ad Ayabe, a Naha o a Yagyumura. Ma Laozi da qualche parte non scriveva forse che non è necessario uscire di casa, per conoscere tutte le cose?

…basta prendere ciò che si ha sottomano, e leggervi dentro (intus legere), con intelligenza. Così ho una nuova occasione di pratica, senza pagare le spese della palestra.

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Il karate e la difesa personale.

Lo confesso, sono innamorato del karate, in tutte le sue forme (purché “tradizionali”, qualsiasi cosa ‘sta parola significhi). Già questa condizione, oggi, mi condannerebbe all’ostracismo ovunque si parli di arti marziali, specie se legate all’autodifesa. Perché, diciamocelo, ormai l’assoluta mancanza di efficacia delle tecniche di karate “tradizionale”, con la possibile eccezione del kyokushinkai, è presa come verità scientificamente assodata. E pensare che per 15 anni ho sudato e sanguinato nel dojo, pensando di irrobustirmi, di forgiarmi e… perché no… di imparare a “combattere”. Misteri dell’umana fragilità.

Vista la totale mancanza di praticità del karate (lo diceva anche Wang Shujin!), mi piace allora ritornare ad un passo di un Maestro (anche lui, guarda caso, mediocre incapace, secondo la critica più o meno storiografica contemporanea. Il passo che segue è tratto da G. Funakoshi, Karate-do Kyohan, nell’edizione inglese di T. Ohshima, Kodansha, 1973, pagine 234-235. Bisogna ricordare la collocazione del passo – i consigli alle donne in merito all’autodifesa – ed il contesto storico e sociale in cui si inserisce. Ciononostante, credo che sia degno di nota, soprattutto in un’epoca in cui spopolano le tecniche di combattimento che promettono l’invincibilità o quasi (leggi Brazilian Jujitsu o Muay Thai).

La traduzione dall’inglese è mia:

“PRINCIPI SEGRETI

Tattiche rozze sono fonte di ferite gravi (una conoscenza superficiale è cosa pericolosa) è un proverbio spesso citato e, allo stesso modo, con una conoscenza appena limitata delle arti marziali, una persona potrebbe diventare sconsiderata e ricevere ferite dalle conseguenze permanenti: è quindi necessario ricordare di stare sempre attenti.

Il principio segreto delle arti marziali non è vincere l’aggressore, ma decidere di evitare uno scontro prima ancora che avvenga. Diventare l’oggetto di un’aggressione mostra che c’era un’apertura nella propria guardia, e la cosa importante è restare sempre in guardia. Bisogna evitare di camminare da soli la notte, se possibile, e, quando ciò sia inevitabile, bisognerebbe scegliere un percorso che consenta di evitare le aeree pericolose.

Se, nonostante queste precauzioni, si venisse attaccati da un malvivente in un momento di sfortuna, allora è meglio scappare. Scappare il più lontano possibile e cercare rifugio in una casa o chiamare aiuto a gran voce sarebbe la forma migliore di difesa personale. Spesso, per timidezza, le donne non cercano rifugio in casa di estranei, né cercano altre forme di aiuto quando si trovano fisicamente minacciate. Essere timide in simili frangenti, tuttavia, significherebbe fare il gioco del proprio assalitore.

Quando non ci sono vie di fuga o se si è catturati prima ancora che sia possibile tentare di fuggire, allora per la prima volta si potrebbe prendere in considerazione l’uso di tecniche di autodifesa. Anche in simili frangenti, non mostrate alcuna intenzione di attaccare, ma prima lasciate che l’attaccante si senta eccessivamente sicuro di sé. A quel punto attaccatelo, concentrando tutta la vostra forza in un colpo ad un punto vitale, e, sfruttando l’effetto sorpresa, scappate e cercate rifugio o aiuto. È importante rimanere in guardia senza diventare nervosi o eccitati e di agire con sangue freddo durante tutta una situazione simile fin dal principio ed anche una volta che la situazione sia sotto controllo.

Non si può sottolineare a sufficienza l’importanza di usare tutta la propria forza e di essere precisi quando si colpisce l’aggressore. Nel caso che tale colpo sia inefficace, l’aggressore diventerà ancora più violento, un punto da non dimenticare. L’importanza di usare tutta la propria forza e di mettere tutto il proprio cuore ed il proprio spirito in quest’unico tentativo è stata sottolineata, ma è anche importante fare ciò solo dopo aver raggiunto la conclusione razionale che non c’è altra via d’uscita.”

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Once upon a time…

Non fu Bruce Lee. Lo si legge, lo si cita, lo si nomina sempre, quasi debba per forza essere il piccolo drago, il punto d’inizio. Per me, però, come per molti altri, non fu Bruce Lee. Fu, invece, lo Stato italiano, con le sue politiche di “confino” delle famiglie dei condannati per “associazione a delinquere di stampo mafioso”. E fu la fine degli anni ’70 (del novecento, neh!), che con la povertà portavano con sé la violenza, fin nei più remoti anfratti dei più piccoli paesini. E fu l’essere un bimbo mingherlino, sopravvissuto per errore all’asiatica ed alla napoletana (due forme di influenza che, mi dicono, all’epoca mieterono tante piccole vittime), colpito di frequente da malanni ed acciacchi – e pure nato storto, che così si è più felici. E debole, in un ambiente in cui bisognava imparare a sopravvivere. Fu tutto questo. E l’aver guardato spesso la TV, ancora pupetto, malato, allettato per mesi e solo in casa, quando non esistevano internet e i cellulari… e Antenna Nord (poi Italia 1) trasmetteva “Kung Fu”, con David Carradine nei panni di un improbabile monaco Shaolin, che camminava senza lasciare traccia…

Ecco, io ho iniziato per imparare a muovermi senza lasciare traccia. Volevo essere invisibile.

La prima scelta, obbligatoria, è stata il Kodokan Judo. La Polisportiva Besanese aveva un’ottima scuola di Judo (c’è ancora, mi dicono, ed è sempre ottima, e produce ottimi risultati agonistici). Ma io ero piccolino e fragile e spaventato, e questo nel judo non va bene. Così sono passato al karate shotokan, duro e puro, Shirailandia, dove ero il bambino più scoordinato che si fosse mai visto… da far pena. Ma ho proseguito, ho perseverato, nonostante il ridicolo e le sconfitte e le costole incrinate e gli occhi neri e le ginocchia a pezzi… ho cambiato diverse palestre (qui da noi chiudevano spesso, e spesso per ragioni politiche) e solo alla fine, ormai sedicenne, ho incontrato uno stile ed un Maestro che mi piacessero… e che ho seguito, religiosamente, allenandomi come un pazzo, venti, ventidue ore alla settimana. Fino ai vent’anni, quando il mio corpicino ha voluto ricordarmi che era nato storto, e fragile. E sono crollato.

La fragilità è una lezione fondamentale, nelle Arti Marziali. Col tempo ho imparato cosa significa essere fragile, vederti cadere a pezzi, un pezzo alla volta. Cammino ancora, però, e mi reggo ancora sulle mie gambe. E nel frattempo ho scoperto le “arti interne”, taijiquan, xingyiquan, yiquan, baguazhang – così gentili con il corpo, con la malattia… E l’aikido, il kobudo…

Sono ancora fragile, sono sempre più fragile. E non ho ancora smesso di camminare.

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