La forma che Michael insegnava era un ibrido degli stili Yang e Wu (di Wu Jianquan), in cui però lo Yang era predominante e il Wu compariva solo qua e là. Era una forma lunga, divisa in tre sezioni, proprio secondo lo schema del Taolu più praticato al mondo…

Ne imparai la sequenza in poco più di due settimane, lasciando tutti a bocca aperta. Non che fosse un’impresa eccezionale: la forma di Yang Chengfu è molto ripetitiva, e basta indovinare la sequenze ripetute e la logica secondo la quale sono ripetute, per ricordare anche i movimenti che vi compaiono solo una volta. In più all’epoca avevo tanto tempo tutto per me, e non c’era ragazzina irlandese che potesse competere con l’emozione di apprendere un’arte marziale da un cinese – ero davvero tanto ingenuo, forse più dei miei diciannove anni. E poi erano anni che studiavo i kata… e questo, per me, era solo un kata molto lungo. Naturalmente del taijiquan imparavo solo la scorza esterna… ma ero giovane e non sapevo nulla.

Alla scuola di Michael iniziarono a girare voci strane: chi mi aveva visto praticare per ore a Merrion Square – meraviglioso, la mattina quell’oasi di verde era deserta – chi mi aveva visto la sera, mentre scavalcavo il recinto di St. Stephen’s Green (l’avevo fatto solo per cinque giorni: praticare la forma al crepuscolo, au bord de l’eau… finché l’ultima sera non m’avevano fermato i Gardaì: era da un po’ che mi tenevano d’occhio…). La maggior parte del tempo, però, praticavo nelle viuzze di Palmerstown, o sul common green… ovunque trovassi posto. E a volte mi bloccavo, al supermercato o da Bewley’s o in mezzo alla strada, rapito da un’intuizione su di un dettaglio della forma…

Imparata la forma, iniziai a studiare il tuishou – più lentamente: sono sempre stato imbranato negli esercizi a coppia – e le primissime applicazioni. Negli esercizi di spinta, Michael era fortissimo: gli bastava poco per spostarmi, sbilanciarmi, proiettarmi, ed io non sapevo come resistergli. Le mie radici non erano abbastanza salde, mi diceva, né abbastanza profonde – e mi consigliava di praticare ancora e ancora la forma. Seguivo i suoi consigli alla lettera, ed i miei movimenti diventavano più fluidi, più morbidi, meno bruschi… ma non sviluppavo davvero radici, né potenza. Non la potenza di Michael: una sera, mi era stato detto, con un leggero movimento di un istante, il maestro aveva spezzato la mano di Chris, un allievo anziano, mentre si esercitavano nel tuishou. Io… ci sarei mai riuscito? Ci voleva tempo, ripeteva Michael… ma io avevo diciannove anni, avevo fretta, e volevo bruciare le tappe.

Non so cosa l’abbia convinto, se il mio entusiasmo, o la mia dedizione, o l’idea che sarei rimasto poco in Irlanda, e poco avrei potuto imparare in ogni caso.

Una sera, a metà della lezione, Michael chiese ad un’allieva che lo seguiva da tempo, una ballerina, di continuare la lezione per lui, e chiese ad un gruppo di allievi anziani se potevano aiutarlo fuori – a scaricare la macchina, credo. Era già successo, e ogni volta, mentre li avevo visti uscire, avevo pensato che riguardasse il lavoro di Michael, e non ci avevo più pensato. Quella sera, Michael incluse anche me nel gruppo di persone reclutate “per aiutarlo”. Curioso, chissà che vuole, mi dissi. E mi scocciava, perché avevo pagato due sterline per due ore di lezione, e avrei perso un bel po’ (a volte gli altri stavano fuori anche un’ora) per… svuotare il baule della macchina del maestro? Michael, però, era il maestro, e io avevo diciannove anni, così mi infilai la felpa e seguii gli altri. Uscimmo sul retro della classe in cui si praticava, sul lato più buio del parcheggio interno. Eravamo Chris, Sean, Gerry… ed io, che chiedevo che cosa ci fosse da fare… e gli altri si scambiavano battute e mi prendevano in giro. Michael se ne stava in silenzio, tranquillo. Ci sistemammo nel cerchio di luce descritto dall’unico lampione, in una sera fredda, leggermente ventosa, alla fine del settembre 1993. E lì Michael mi disse che, se volevo imparare, se volevo davvero diventare forte, non dovevo mostrare a nessuno gli esercizi che mi avrebbe insegnato. Dovevo promettere che mi sarei allenato di nascosto, dove nessun altro avrebbe potuto vedermi, e che non avrei insegnato quegli esercizi a nessuno. Sembrava di essere in un film di serie B: gli altri mi guardavano e non sorridevano più. Mi guardavano e basta, e aspettavano. E io… pensavo ad uno scherzo, perché sì, insomma, una scena così me l’ero sognata, ad occhi chiusi e ad occhi aperti, ma… beh viverla la faceva sembrare falsa, stucchevole, una messinscena di pessimo gusto. Ma Michael mi guardava, Chris e Sean e Gerry mi guardavano, e pensai che, se era uno scherzo, avrei visto dove andavano a parare e sarei stato al gioco – così dissi: “OK, I promise”. Il maestro mi guardò un po’, con la testa girata di lato, come un gatto… e poi sorrise. E gli altri sorrisero.

Gli esercizi che Michael mi mostrò quella sera erano diversi da quanto avessi mai praticato. Si basavano sulla respirazione e su di una serie di movimenti codificati, forti e concentrati… un po’ come il kata Hangetsu (che amavo poco, a dir la verità), ma più fluidi e veloci. La sensazione era quella di strizzare i tessuti molli del braccio verso le ossa, di schiacciarli finché non fossero fusi con le ossa – e quando li si rilasciava, le braccia iniziavano a vibrare, calde e piene di una sensazione di forza e vigore… Il tutto mentre le gambe erano ferme in una posizione simile al kiba dachi, ma più bassa e fortemente contratta, con i piedi che spremevano il terreno verso l’interno (una posizione, lo avrei scoperto anni dopo, che coincide con il modo in cui Funakoshi Gichin insegnava e praticava il kiba dachi – mentre oggi, mistero JKA, la stessa posizione richiede che la forza sia spinta leggermente all’esterno).

Imparata la sequenza degli esercizi, mi gettai anche lì nella pratica. I risultati si videro subito: nel karate, il mio gedan barai non era mai stato forte (ho le braccia troppo sottili); dopo due mesi degli esercizi di Michael, bastava sfiorare la gamba del mio avversario per spostare il calcio dalla sua traiettoria; il mio ude uke lasciava il segno sul braccio del mio avversario, e una botta appena accennata sull’avambraccio di un “amico” gli aveva lasciato un lividone viola… In più mi sentivo euforico, sicuro di me… forte, come solo un ragazzotto di diciannove anni ama sentirsi. Michael sorrideva e mi lasciava fare.

Tornai in Italia, tornai alla mia campagna, e continuai religiosamente con gli esercizi… fino a gennaio. A quel punto mi accorsi che qualcosa non andava: ero, sì, più forte, ma anche più incazzoso. E la mia schiena, le mie ginocchia risentivano degli esercizi forzati, della posizione contratta… così smisi. Di colpo, un giorno, semplicemente, non mi alzai prima per allenarmi. A poco a poco la contrattura scomparve – ma ci vollero mesi di stretching, shavasana… e quell’inverno, insieme all’università, iniziai la pratica dell’aikido con il maestro Fujimoto, e l’aiki taiso pian piano mi aiutò a sciogliere le tensioni…

Non ho più praticato gli esercizi insegnatimi da Michael, e oggi la mia miserrima forza ne è una prova. Oggi so che non era materiale appartenente al taijiquan, e che Michael insegnava taijiquan solo perché “vendeva”. Lui stesso, ci disse una sera, lo praticava solo per ammorbidire il corpo ed ovviare, così, agli “effetti collaterali” di qualsiasi stile esercitasse nel resto del tempo. Posso solo immaginare che gli esercizi venissero da un qualche stile esterno del Sud della Cina…

Rividi Michael nel 2001, quando, tornato in Irlanda per un matrimonio, colsi l’occasione per presentargli la mia signora. Chris e gli altri, nel frattempo, erano passati a studiare il “vero” taijiquan Yang nell’associazione di John Ding. Michael partecipava anch’egli alle lezioni, ma ne era un poco annoiato. L’anno scorso, quando sono ritornato a Dublino, Chris mi ha detto che Michael si era staccato da John Ding, non insegnava più taijiquan, ed era scomparso dalla circolazione. Come il suo stile misterioso, anche lui era sparito nell’ombra.

Ed oggi che anche il mio criceto potrebbe sconfiggermi in combattimento, ripensando all’effetto portentoso di quegli esercizi, sento la mancanza dell’avventura, del mistero, dell’energia esuberante… ma non mi rammarico di non averli più praticati: gli effetti collaterali erano davvero ingestibili. Ed anche se quelle pratiche mi avevano offerto la forza, è oggi nella debolezza, nella fragilità, che la mia pratica trova il suo senso più profondo.

Nel 1993, dopo anni di intensi allenamenti, mi ritrovai improvvisamente per una selva oscura, ché la salute era smarrita: problemi alle ginocchia, problemi alla schiena, problemi a respirare, problemi… non ancora ventenne, mi sentivo confinato nel corpo di un vecchio. Rinunciai, così, alla pratica del karate Shotokan “da palestra” – ma la notte ne sognavo ancora i kata e, quando gli acciacchi lo permettevano, mi imboscavo nei campi, straordinariamente solo, per scandalizzare i contadini della profonda Brianza “cun’t'i me’ versari”. E ricordo ancora il mio vicino di casa che, alle sette del mattino, in canotta e mutandoni, fumandosi le sue tremende Nazionali, mi guardava dal balcone mentre esibivo i miei non troppo perfetti Tekki – i miei Tokui Kata. E io me ne fregavo, e lui si accendeva una sigaretta dopo l’altra, e mi guardava e mi guardava, mentre mi muovevo lento e con cautela… avevo stabilito di ripetere ogni kata 33 volte, e di chiudere la sessione con un centesimo kata – Taikyoku Shodan, of course, il “primo gradino della polarità suprema”. Ero poetico, allora, e il Maestro dei Maestri, Funakoshi Gichin, aveva scritto che i Taikyoku, da lui creati, racchiudono l’essenza dei kata, e dovrebbero essere i primi e gli ultimi studiati. I tre Tekki, invece, erano, sempre nelle parole di Funakoshi, “la specialità di Itosu”. Praticando solo quei kata, sentivo di rendere omaggio a due Maestri che rispettavo ed onoravo, e mi piaceva pensare di vederli annuire, severi e austeri, mentre mi osservavano ripetere e sudare, ripetere e sudare. Mi si perdoni: in fondo avevo solo diciannove anni.

Quell’estate, finita la maturità, rimasi a casa: avevo trovato un lavoro estivo – supplente bibliotecario, un sogno, per me – e, complice l’inizio tardivo dell’anno accademico, avevo deciso che avrei trascorso i mesi di settembre e ottobre nella mia seconda “città dell’anima”: Dublino. C’ero già stato, in Irlanda, tre mesi ogni anno, ospite di “parenti” (di quei parenti che hai sempre chiamato “zii”, ma con cui non hai legami di sangue), da quando avevo 6-7 anni, o giù di lì. E in Irlanda avevo praticato altre arti marziali, kickboxing e un po’ di pugilato, full contact e low kick, ma anche wado ryu tradizionale e matsubayashi ryu…

Quell’anno, causa salute, niente arti dure. Eppure non potevo stare fermo – anzi, la sera stessa del mio arrivo mi ritrovai, insegnante involontario, a guidare una sessione di kata per gli amici del Karate Gendi – poverini, loro facevano kick e studiavano i kata del wado come fossero danze rituali, da conoscere durante gli esami di cintura… e io a spiegare tai-sabaki, bunkai, ma-ai… Risultato? L’istruttore di cui mi ero improvvisato sostituto arrivò a metà della mia lezione e, con un cortese inchino, mi sostituì e lanciò il gruppo in un’intensa e, per loro, gratificante mezzora di combinazioni da gara…

Un paio di giorni più tardi, però, un allievo del gruppo cui avevo insegnato bussò alla porta dei famosi zii, chiedendo di me. Lo conoscevo di vista, Sean T. Aylward, e sapevo che, a quasi quarant’anni, era considerato troppo vecchio per le gare di full e low – ma lo avevo visto praticare più intensamente di tanti diciottenni, e combatteva con una grinta strepitosa. Davanti ad una pinta di quella buona – Guinness per lui, Smithwicks per me – Sean mi chiese se potevo aiutarlo ad approfondire tre kata, che aveva appena iniziato a studiare e che, per la “stranezza” delle posizioni, lo affascinavano molto. “Quali kata?”, chiesi io. “I tre Naihanchi”, rispose lui, “che nel tuo Shotokan credo si chiamino…”.

Tutti i sabati, Sean portava i figli in piscina – ed il primo sabato di settembre del 1993, iniziai ad insegnargli il bunkai di Tekki Shodan nel parcheggio dietro la piscina. Sean aveva anche lui i suoi acciacchi, faticava a praticare i movimenti bruschi del karate. Così procedevamo insieme, piano piano, e gli mostravo la spirale che attraversa le gambe in kiba dachi e, facendo vibrare la schiena, dà forza ai movimenti delle mani; la leggerezza con cui vanno portati i colpi schiantati al suolo; le applicazioni di kansetsu waza… Dopo la prima “lezione”, tra una tazza di caffé e due chiacchiere, parlando del più e del meno, venne fuori la storia dei miei acciacchi… e Sean mi rivelò che, per motivi di salute, aveva iniziato a studiare con un maestro cinese in un quartiere vicino a Dun Laoghaire… “E che studi?. “Studio Tai Chi”. Ne avevo sentito parlare, avevo letto un libro, avevo visto una dimostrazione – e non mi entusiasmava. Sean però me ne parlava bene in termini di pratica per la salute (“fa miracoli”, mi disse) e le sue parole mi incuriosirono.

Così, il lunedì successivo, mi recai con Sean alla scuola di Tai Chi di Michael Lau. Le lezioni si svolgevano nella stessa “aula scolastica trasformata in palestra” dove il mercoledì e il venerdì studiavo Matsubayashi. E come per il karate, ogni lunedì gli studenti che arrivavano per primi avevano il compito di sistemare banchi e sedie lungo le pareti, così da creare lo spazio per la pratica. Michael Lau era un cinese di Hong Kong piccolo e dalla carnagione scura, asciutto e muscoloso e tenace. Non sono mai riuscito a capire quale fosse il suo mestiere: alcuni studenti dicevano che possedeva un ristorante cinese, di cui era anche cameriere – no, cuoco – no, buttafuori: e una volta, infatti, andammo a mangiare in questo “suo” ristorante cinese; altri studenti credevano che fosse proprietario di un’import di thé, erbe medicinali e prodotti alimentari cinesi – e infatti mi regalò alcune erbe da usare per impacchi sulle ginocchia doloranti; i tre allievi che lo seguivano da più tempo, dopo un paio di Guinness, sussurrarono di una sua implicazione nelle attività delle Tong, e raccontarono di come, in vista del Luglio 1997, Michael stesse “aiutando” un gran numero di “cugini” a trasferirsi in Irlanda e nel Regno Unito. Che cosa, di tutto ciò, fosse vero, non l’ho mai capito.

Una sola cosa, di Michael, era sicura: il cinesino sapeva picchiare, e sapeva fare molto ma molto male. Quando lo incontrai la prima volta, indossava un paio di pantaloni di tela blu ed una camicia chiara, a righe, credo, con le maniche rimboccate al gomito a mostrare avambracci che sembravano corde, e che già da fermi esprimevano potenza. Michael amava le tecniche a distanza ravvicinata (e infatti per me, con le mie leve lunghe e gli anni di Shotokan, averlo davanti era un incubo) e fu la prima persona che dal vivo mi seppe mostrare le famose tecniche a distanza zero. Dove, però, Bruce Lee aveva mostrato il “one-inch-punch”, Michael usava il “zero-inch-palm” e prediligeva il “zero-inch-shoulder”; e laddove i colpi del Piccolo Drago facevano volare lontano gli avversari, i colpi di Michael ti lasciavano dov’eri – e ti lasciavano dolorante, di un dolore che sembrava esploderti dall’interno e toglierti il fiato. Usava pochi pugni, ed insegnava solo movimenti a mano aperta, con il palmo piatto o con le dita ad artiglio. I suoi calci non si alzavano mai oltre l’inguine, e di solito miravano, con una precisione millimetrica, il collo del piede, le caviglie, l’interno delle gambe, le ginocchia, le gonadi. Se prima “non avevo creduto”, vederlo muoversi m iconvertì immediatamente. Naturalmente mi iscrissi subito alla sua scuola, per imparare il Tai Chi. Oggi, tuttavia, con più esperienza e meno fede, capisco che, del Tai Chi, Michael conosceva, praticava ed insegnava solo la scorza esterna…

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