Tolle et lege!
aprile 17, 2009
Racconta Aurelio Agostino di come, già retore affermato e maestro di retorica alla corte imperiale di Milano, in un momento di indecisione si fosse seduto nel cortile della propria casa, tormentato ed incerto sul da farsi; e di come all’improvviso avesse udito una voce dal nulla, forse dal giardino dei vicini, forse da un gioco di bimbi che però egli ignorava. Quella voce ripeteva: “Tolle et lege! Tolle et lege! Prendi e leggi!”. Così Aurelio allungò la mano… e trovò la risposta.
Oggi, un poco angustiato da recenti accadimenti che m’hanno lasciato divertito e basito dalla vuota stoltezza umana (la mia, prima di tutto), ed un pochino amareggiato, ci ho provato anch’io. Il risultato?
Ho aperto il primo libro che avessi sotto mano – guarda caso l’yijing, il libro dei mutamenti, con i miei appunti sul neijia ed il bagua.
Questa volta, però, non ho lanciato le tre monetine, né sono andato a recuperare gli shanghai (gli steli di millefoglie dovre potrei trovarli?). Ho solo aperto il libro a caso ed ho letto i primi versi che mi sono capitati sotto gli occhi:
Nel lago non vi è acqua:
l’immagine dell’esaurimento.
Così il nobile mette in palio la sua vita
Per seguire la propria volontà
‘mmazza, mi sono detto. Inizia bene. Così sono tornato indietro di una pagina, e l’esagramma, guarda caso, era il numero 47, “L’assillo (L’esaurimento)”.
Alla faccia delle sortes apostolorum. La faccenda che mi aveva irritato, una banale discussione (virtuale) trasformata dal mio interlocutore in un dramma tragicomico da carnevale (sempre virtuale), mi aveva lasciato sfiduciato e pensieroso: non era la prima volta che succedeva, ed iniziavo a temere che, al di sotto della mia buona fede, ci fosse una certa tendenza allo scontro, una certa esigenza di vittoria. Non sempre, sia chiaro, a volte accetto volentieri la sconfitta, e dai bocconi più amari ho imparato più che da quelli dolci e zuccherati. E la base di tutte le arti dolci, il zhan zhuang, è l’esercizio che più di tutti costringe a “mangiare amaro”…
…e mi sono poi ricordato di una serata meravigliosa, poco meno di un anno fa: la visita di un amico dalla capitale, iniziata fin dalla stazione chiacchierando, come se ci si vedesse da sempre, e finita chiacchierando e sorseggiando birra belga a tarda notte. E testando le nostre capacità, un tuishou da cui sono uscito disintegrato… e felicissimo, come solo certi scambi, certi doni improvvisi e da tempo sognati possono renderti. Ad un certo punto, però, mentre ero impegnato nel sentire e nel dissolvere (nei gong) il solito dolore alla schiena, l’amico mormora: “Che cosa fai? Vieni avanti?”. Non me n’ero accorto, ma avevo assunto una posizione leggermente più aggressiva….
…e ricordo il lavoro, le lezioni con le classi più difficili, che mi sono sempre assegnate al pomeriggio – e devi cercare di insegnare Dante a quindicenni anni con la testa ancora alla partitella dell’intervallo appena finito. E quando i ragazzi diventano troppo difficili, tendo ad attaccare, non direttamente, sia chiaro, ma assegnando esercizi “bastardi”, compiti difficili, interrogazioni a trabocchetto, in cui poi demolisco l’interrogato con la mia ovvia superiorità.
…ed alla fine di questi episodi mi trovo improvvisamente spossato, nel fisico e nella mente, e con poco amore per me stesso…
…e sono tornato a pensare allo screzio di ieri, e mi sono reso conto che è successa la stessa cosa. Di fronte alla cecità del mio interlocutore, di fronte alla sua aggressività stizzita, avrei potuto indietreggiare, assorbire e dissolvere… invece ho usato tutte le mie abilità per “schiacciarlo”, per “sconfiggerlo”. E, così facendo, sono stato sconfitto io. Ed ho messo in imbarazzo un Amico, che per me aveva garantito… e a cui sono andate e vanno e andranno le mie scuse per tutta la faccenda.
…e allora mi accorgo che proprio qui sta l’essenza di ciò che chiamiamo “arte”, nelle “arti marziali”. Non è questione di salire sul ring, o sul tatami, e vincere, schiacciare, proiettare, colpire, mettere in leva, ma di trasformare ciò che si è, lavorare sulle proprie debolezze. Lo so, lo si ripete troppo spesso, e suona trito e pure un po’ banale. L?avevo sentito anch’io tanto spesso che pensavo di sapere che cosa significasse… e non lo capivo davvero.
Nel cristianesimo medievale si parla di felix culpa, a significare che l’errore dei progenitori è “felice”, “fortunato”, perché prepara il terreno per la venuta di Dio nel mondo. Di certo non ho “peccato” a tal punto… ma, come scrive l’autore del Corano, e come conferma Hegel, il momento di tenebra e morte è necessario per la nascita che seguirà. Gli alchimisti parlano di nigredo, lo stato di morte della materia e di morte psicologica dell’alchimista (la melancholia di Duerer), cui segue l’albedo, la nuova alba, il biancore luminoso che annuncia la nascita della Pietra. E non mi sembra ora un caso che il vestito da lutto, in Oriente, sia il bianco… perché alla tenebra della morte, per loro, segue la rinascita luminosa. E l’esagramma 47 dell’yijing mostra una linea oscura (yin) che ne cela due chiare (yang). Ma non bisogna lasciarsi dominare dall’oscurità, scrive il commentatore. Bisogna, invece, pulire lo specchio (ricordate Amaterasu no Mikami? ricordate il kata shotokan “meikyo”?) e lasciare che brilli – “togliere la polvere”, credo che dicesse O-sensei Ueshiba Morihei.
Così, nell’abbassare la guardia, nel perdere me stesso in un incontro apparentemente vinto, posso trovare una nuova indicazione di che cosa esercitare, di che cosa allenare. Era un tuishou, ma mi sono mosso con una sensibilità volta unicamente al centro dell’altro. E così ho perso il contatto col mio centro, e sono caduto. Ma posso imparare. Anche questo è tuishou, e forse è un tuishou più importante di quel che si pratica in palestra.
Anzi, a ben pensare, la frase sentita da Agostino ha un’importanza cruciale. Invita, infatti, a raccogliere la prima cosa che si ha sottomano, per trarne guida. Senza andare in Cina a scomodare Yang Luchan, Laozi o Confucio; senza andare ad Ayabe, a Naha o a Yagyumura. Ma Laozi da qualche parte non scriveva forse che non è necessario uscire di casa, per conoscere tutte le cose?
…basta prendere ciò che si ha sottomano, e leggervi dentro (intus legere), con intelligenza. Così ho una nuova occasione di pratica, senza pagare le spese della palestra.
“un tuishou da cui sono uscito disintegrato”… a me non risulta
A ogni modo, amico mio, condivido la tua considerazione ma, nel caso specifico, credo che la tua colpa sia stata veramente veniale, soprattutto se paragonata all’enormità della reazione del tuo povero “avversario”.
E ti dirò di più: visto che nulla avviene per caso, sto iniziando a pensare (e a sperare) che tutta questa sarabanda sia stata in realtà un bene; ha palesato la natura dell’esimio dottore, e magari qualcuno aprirà gli occhi.
Doh, vuoi vedere che ho capito di chi si stava discettando? Già questo blog mi piaceva assai, ora che lo trovo frequentato finanche dall’esimio visconte, la sua gradevolezza aumenta in maniera esponenziale!
@Uriel:
Che serata/notte, però! Va ripetuta, amico mio, va ripetuta…
L’unico motivo per cui la mia disintegrazione non ti risulta è che voi giovani avete poca memoria, e tu quella notte fosti molto ma molto ma molto clemente, e mi dovevi della buona birra. E questi sono in realtà tre motivi, ma sai com’è…
Quanto all’esito del suddetto caso: le vie del Signore sono infinite… ma la speranza è negazione della realtà. Vedremo, aspetteremo (wu wei) e vedremo.
@Carlo:
Accanto al Visconte, anche la presenza di Mastro Nishinkan innalza le quotazioni di questo mio infimo stanzino. Grazie per apprezzamento e fiducia!
Troppo buono, Maestro, troppo buono…